mercoledì 14 febbraio 2018

Come rette parallele...

Isabella Bossi Fedrigotti
Voglio essere la prima ad andarsene, secondo una corretta contabilità dei morti, perchè sono la maggiore: m'illudo che potrebbe essere una vendetta, che lasciandola sola sia costretta a compatirsi, a compatirmi, ad amarmi un poco, nel ricordo.
Il rapporto tra sorelle: confidenze e segreti, gelosia e complicità, gioie e dolori, solidarietà e competizione.
Se si va d'accordo è uno dei rapporti più belli che esistano: su tua sorella potrai sempre contare. Ma se le cose non vanno bene, allora le cose si complicano notevolmente, si arriva a rancori che solo chi condivide la stessa storia può capire.
Esagero, sicuramente. Ma avendone una anche io posso ben descrivere la complessità della sorellanza, dal "mi presti quel vestito" a "se ti prendo ti distruggo".
In Di buona famiglia Isabella Bossi Fedrigotti ci racconta di Virgina e Clara, sorelle agli antipodi. Clara, tranquilla, solida, affidabile. Virginia, ribelle, irrequieta, passionale. La loro storia si srotola lungo tutto il novecento, dai primi anni del secolo fino ai tardi anni ottanta. Sullo sfondo di un rapporto conflittuale ma mai apertamente messo in discussione l'Italia che cambia, il crollo di un ceto  che non riesce ad affrontare i cambiamenti economici e sociali e si aggrappa alle convenzioni e alle apparenze, perdendo quasi tutto ma non i suoi riti.

Una villa nobiliare in Trentino, come mi immagino sia quella
nella quale si svolgono le vicende Di buona famiglia
Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, con stile colloquiale, il narratore ci racconta la storia del romanzo dal punto di vista di Clara, la sorella minore. Una vita vissuta sempre nel rispetto di famiglia e convenzioni, disillusa presto da un amore mal riposto, ma capace, in età adulta, di una sua ribellione ma mai di una vera rottura.
Nella seconda parte, invece, Virgina si racconta direttamente al lettore. Prevedibilmente il punto di vista sulle varie vicende è molto diverso. Molta della ribellione di Virginia è più apparente che sostanziale, aderente più al ruolo che la narratrice stessa ammette di aver interpretato tutta la vita che a un vero desiderio di rottura. La narrazione di Virginia è, però, sicuramente meno edulcorata di quella di Clara. Le ipocrisie, i rancori, i molti peccati di famiglia sono sciorinati senza scusanti. E non ne esce bene nessuno.
Fraintendimenti, gelosia e rancori scavano presto un solco tra le sorelle. Se avessero il coraggio di affrontarsi forse non sarebbe così profondo da dividerle, ma in questa famiglia si sceglie il silenzio.
Sulla terrazza (due sorelle) di Renoir
Dolori e sofferenze non vengono mai affrontati e rimangono in profondità a incancrenire fino a separarle completamente. E' Clara con la sua freddezza rancorosa o è Virginia che, non ammettendolo nemmeno con se stessa, volontariamente distrugge la relazione della sorella, la vera causa della loro separazione? O è solo che così le cose dovevano andare? Era quello il loro ruolo nella vita? E del resto sono ormai vecchie entrambe, ha senso scavare ora nella storia di famiglia, chiedere ragioni e motivazioni, cercare la verità?

Il libro è stato scelto da Rita. E' un libro "datato", essendo stato stampato nel 1991. Annarita e Monica lo avevano già letto anni fa, ma il suo ricordo era sbiadito. E' stato un libro di successo, all'epoca, e l'autrice ha avuto giusti riconoscimenti, incluso un paragone estremamente lusinghiero con Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
In qualche modo Di buona famiglia ricorda Il Gattopardo nell'essere uno spaccato di un epoca di trasformazioni profonde narrato attraverso le vicissitudini di una famiglia le cui tante apparenti virtù nascondono molti (troppi) vizi. Lo stile della Bossi Fedrigotti richiama, anche, quello del romanzo di Tomasi di Lampedusa, e questo non può che essere un complimento.
Tuttavia nel racconto la Bossi Fedrigotti omette molto, forse troppo, e avvenimenti che hanno importanza sono lasciati in sospeso. Uno in particolare, che viene rivelato a fine libro, lascia molti interrogativi nel lettore. E si rimane - forse giustamente - nel dubbio su quale sorella stia dicendo la verità, a quale delle due interpretazioni di queste vite parallele, purtroppo destinate a non toccarsi veramente mai, sia quella più vera.
Per tirare le fila il libro ci è piaciuto abbastanza: è scritto benissimo, la storia scorre e non è banale. Tuttavia abbiamo il dubbio che se ci chiederete un parere tra un paio di mesi avremo difficoltà a ricordare storia e libro :).

Ho trovato queste recensioni:
Monica, 3 stelle
Quel che appare non sempre è
Non ricordavo niente di questo libro già letto quasi 30 anni fa, all'epoca in cui uscì e vinse il Campiello. Ricordavo che mi era piaciuto, ma nulla di più. E temo che anche adesso sarà così. Perché il libro si legge facilmente ed è del numero giusto di pagine per non annoiare. La cosa che più mi ha convinto è la scelta dell'autrice di raccontare la vita di una famiglia attraverso due contrapposte visioni, che non si alternano di capitolo in capitolo come spesso succede in altri libri, ma dividono il romanzo esattamente in due parti. Due donne, due sorelle e apparentemente due personalità contrapposte. Ma è davvero così? Questo romanzo è l'ennesima conferma di quanto noi donne siamo le prime nemiche di noi stesse, di quanto incidano le apparenze, il non detto, l'ipocrisia cattolica e le false buone maniere. E intanto la vita scorre e fugge via e non resta altro che il rancore. Suggerimento: provare a leggere il libro partendo dal racconto di Virginia... potrebbe essere un interessante esperimento. 

Cristina, 3 stelle
Storia famigliare molto ben scritta, con qualche omissione. Due sorelle diversissime si raccontano (una in verità viene raccontata, colloquialmente, dalla voce narrante. L'altra parla in prima persona) e raccontano l'altra.
Tra omissioni, bugie e dolori mai affrontati a viso aperto dalla frizione si passa al baratro. Nemmeno la tarda età riesce a sanare un rapporto che, forse, non è mai esistito davvero, soffocato dal ruolo che ognuna delle sorelle si è vista affidare (o si è autonomamente presa) dalla vita.
Sullo sfondo le trasformazioni sociali e culturali del secolo scorso, anche se qui sono smorzate dai vincoli posti dall'essere Di buona famiglia, e dal peso delle convenzioni che questo impone su entrambe le protagoniste.


Per uno strano scherzo del destino la scelta del prossimo libro è ancora nelle mani di Rita che ha scelto I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout.


Il prossimo incontro è fissato per martedì 6 marzo, alle ore 20.00, a casa di Zaffira.

A presto.

domenica 14 gennaio 2018

Vieni a Holt, Colorado.

Kent Haruf non è stato uno scrittore prolifico. Appena sei romanzi, uno pubblicato postumo.
Raggiunge la notorietà tardi, a quasi sessanta anni, con i romanzi del Ciclo della Pianura: Plainsong (Il canto della pianura), Eventide (Crepuscolo) e Benediction (Benedizione).
In Italia sono pure riusciti a pubblicarli in ordine sparso, quindi un po' ci si litiga, con la cronologia dei racconti, tutti ambientati nell'immaginaria cittadina di Holt, Colorado.
Il canto della pianura ci racconta un breve tratto di vita di alcuni abitanti di questa cittadina americana che poi tanto cittadina non deve essere. Ha l'ospedale, le scuole, la squadra di pallacanestro, negozi e locali. Ma non deve essere neppure così grande, perchè tutti sanno tutto di tutti, e nessuno si fa gli affari suoi.
Il racconto è semplice. Seguiamo per qualche mese la vita di Tom Guthrie e dei suoi giovanissimi figli, Ike e Bobby, dei Fratelli McPheron e di Victoria, diciasettenne che si ritrova incinta e sola. Non succede nulla di eclatante, in Plainsong, solo lo scorrere della vita, con le sue stagioni, i suoi ritmi, le (rare) gioie, i dolori. Il lavoro duro dei campi, gente retta che cerca di vivere con coerenza e onestà, molte solitudini che - timidamente - cercano di aprirsi agli altri.
Su tutto lo stile di Haruf che ci racconta gesti da nulla, ma è un nulla che nasconde dietro una patina di rassegnazione e malinconia sentimenti immensi e profondi, e una profonda pietà per questa sparsa umanità che cerca, comunque, di vivere.

Il libro ha generato una lunga e a tratti emozionante discussione. Non siamo state concordi nemmeno stavolta, ovviamente, ma raramente un racconto ci ha colpito tanto. E' un'America, questa, che non comprendiamo appieno, in cui una ragazzina incinta può venire abbandonata dalla madre, e con la stessa naturalezza accolta da una coppia di fratelli avanti nell'età. Un'America in cui ragazzini di nove e dieci anni sono lasciati in casa da soli molte ore, e possono girare, senza supervisione, per chilometri tra i campi, o uscire la notte, senza che adulto se ne accorda. Un'America senza tempo, e senza luogo, distante anni luce da quella che imperversa nelle nostre televisioni. Un libro che comunque consigliamo: leggete la trilogia, e anche Le nostre anime di notte, se potete. Fatevi un giro per Holt, Colorado. Probabilmente vi accompagnerà, con i suoi abitanti, per molto tempo.

Ho trovato ben tre recensioni, per ora:
Daniela, 3 stelle:

Un libro bucolico che mentre lo leggi ti mette in pace con te stesso, ti tranquillizza. Credo che abbia avuto tanto successo perché in fondo tutti vorremmo vivere in un posto dove ci si aiuta, dove possiamo lasciare le chiavi di casa sulla porta, dove i bambini vengono educati al rispetto ed all'autonomia, dove sporadici sono i “cattivi”. Che vengono dalla città (vedi il ragazzo di Victoria), o che vanno a vivere nella città (vedi la moglie di Guthrie), perché la città è cattiva e la campagna è buona.

Eppure... eppure...pur nella delicata e tranquilla scrittura questo libro non raggiunge il livello di “Le nostre anime di notte” nel quale in poche pagine escono tutti i sentimenti e le problematiche dei personaggi. Qui è più un descrivere la calma, laboriosa e placida vita della piccola città. Con poche scosse e anche minuscole di cosistenza. A volte inutilmente prolisso in alcune descrizioni del paesaggio o delle attività dei protagonisti.
Mi ha fatto tornare in mente i libri di Steinbeck e di Caldwell, ma con un minore impatto, forse anche frutto di anni sociali alquanto lontani, perchè mentre qui si inneggia al buonismo ovunque, là si denunciava la miseria e la durezza della vita di campagna.
Anche i nomi di alcuni personaggi secondo me sono “rubati” ai “grandi” degli anni '50: Guthrie, come Woody Guthrie, folksinger a cui anche Bob Dylan si è ispirato per le sue prime ballate, e autore di una autobiografia da cui fu tratto un bellissimo film “Questa terra è la mia terra”;  Victoria, come Vickie, personaggio di uno dei più bei libri di Calwell (Questa nostra terra).

Bella, bellissima, la prima vera conversazione tra i fratelli McPheron e Victoria, sulle questioni di mercato e i costi del grano, ecc.
Tre stelle per me. 

Monica, 4 stelle
Letto tutto d'un fiato. Storie di vita ambientate nello sconfinato mondo agricolo americano. Si potrebbe pensare a storie già lette e rilette, ma questo libro scritto in uno stile sintetico, ma allo stesso tempo preciso ed emozionante, mi ha coinvolto moltissimo. Consigliatissimo.

Cristina, 4 stelle
Pochi mesi a Holt, Colorado. Haruf ci racconta le vite dei fratelli McPheron, di Tom Guthrie e dei figli, di Victoria e di pochi altri. Sono sprazzi di vita, gesti contenuti, sentimenti mai espressi. Eppure arrivano al cuore. Molto bello e intenso, ma anche molto triste. I personaggi sono volontariamente sottotono, ma nella loro apparente rassegnazione si nasconde un modo di desideri, dolori, amore, amicizia e generosità, quella che ti fa aprire la porta di casa a una ragazzina, e a darle rifugio, quella che ti fa aprire il cuore, anche se sai che puoi soffrire. Bello. 

Ci si rivede martedì 6 febbraio, con Di buona famiglia di Isabella Bossi Fedrigotti, scelto da Rita.



mercoledì 20 dicembre 2017

La ragazza del secolo scorso

Lei perché ha lottato?
Perché vivere per accettare il mondo così com'è non vale la pena.

Ecco, in questo brevissimo scambio di battute tratto da un'intervista di Rossana Rossanda all'Huffington Post (ma anche dalla lettura di altre brevi interviste, come quella di Repubblica, ad esempio) traspare più passione politica che in tutto La ragazza del secolo scorso che pure avrebbe permesso alla scrittrice di raccontare di se e parallelamente dell'Italia del dopoguerra, un periodo di profonde trasformazioni, tutto sommato pieno di speranza e, per quanto difficile, sicuramente più felice di quello attuale.

Purtroppo invece lo stile pesante e a tratti noioso rendono la lettura molto lenta, in aperta opposizione con il frenetico progredire dell'Italia degli anni sessanta del secolo scorso.

Il libro prende avvio con la nascita dell'autrice (una delle intellettuali e politiche più conosciute del secolo scorso, militante prima nel PCI e poi ne Il Manifesto) nei primi anni venti. La descrizione della vita familiare dei primi capitoli fa ben sperare e scorre veloce. E' con la presa di coscienza politica che il racconto si appesantisce di nomi e riunioni e congressi di cui, francamente, se ne potrebbe fare tranquillamente a meno tanto si scordano subito.
La citazione, priva di approfondimento e contestualizzazione rende al lettore non edotto (o non coevo della Rossanda) la lettura difficoltosa. O passi la vita a cercare chi era chi e cosa ha fatto o proprio non comprendi cosa sta succedendo.
Omissioni (volontarie o meno) nel racconto, e una discreta ma ripetuta tendenza a evitare eventi spinosi o scabrosi fanno il resto.
Invece che un racconto di militanza e impegno politico si legge un lungo elenco di riunioni, inframmezzato, questo si, di qualche interessante intermezzo sul mutare, rapidissimo, di società e costumi. Ne esce il ritratto di una donna di cui non abbiamo compreso se la carriera sia stata frutto di decisioni o di un mero essere presente al momento giusto nel posto giusto.

L'opinione generale è stata che il libro offrisse buoni spunti per conoscere un periodo storico inportantissimo della nostra società ma che poi quegli stessi spunti non siano stati sfruttati. Lettura piatta, quindi, anche se in qualche misura informativa. Purtroppo non abbastanza.

Ci si rivede martedì 9 gennaio, a casa di Zaffira.

Librio del mese: Il canto della piaura di Kenta Haruf, proposto da Annarita.


giovedì 9 novembre 2017

Il naturalista riluttante...

Alessandro Boffa è, bontà sua, un naturalista. Si divide, beato lui, tra Roma e la Thailandia (o così dice la sua biografia).
Sei una bestia Viskovitz è il suo primo (e parrebbe unico) libro. Gli è comunque andata bene perché è stato abbondantemente tradotto: lo trovi in venti paesi!
E' una serie di racconti con protagonisti vari animali accomunati dal nome Viskovitz e da una certa qual sfortuna cosmica. Da bravo naturalista prestato alla narrativa infatti Boffa sa che contro la propria natura non si piò combattere, e che tutti alla fine ci dobbiamo confrontare con la forza dell'evoluzione e delle nostre proprie caratteristiche.

Così la lumaca (ermafrodita imperfetto) passa mesi a inseguire un'ideale di perfezione che scopre essere se stesso, e il maschio della mantide affronta lo stesso tragico destino del padre, pur conoscendone perfettamente la storia.
Bizzarri e divertenti hanno comunque una qual base filosofica di fondo che diverte ma fa comunque riflettere, ammesso che si riesca a superare la ripetitività dei nomi che genera confusione e delle tematiche che spesso si somigliano. In particolare il fatto che il protagonista si chiami sempre Viskovitz e che il suo interesse sentimantale sia sempre Ljuba, così come gli amici Petrovic, Lopez e Zucotic dopo un poco diventa faticoso e i vari racconti si sommano e confondono.

Ci è piaciuto? A parte a Daniela direi di ni, ovvero: si si, è carino ma non ripeterei l'esperienza è stato il commento più comune. Ha comunque il pregio della brevità, della precisione naturalistica e di essere molto molto diverso da quelli che stavamo leggendo.

Ho trovato solo una recensione, ed è quella di Cristina che lo ha valutato bel 4 stelline:
Scenetta al lavoro: io che alacremente scrivo al volo richiesta di preventivo. Collega mi dice: Sus scrofa in corsivo per favore.... io: O_O già fatto ma questa è una richiesta di preventivo, non Nature!
Questo per dire due cose: che io sono circondata da naturalisti e che i naturalisti, per molti versi, son delle pigne.
Boffa è un naturalista. Il suo libro è divertente, ma anche una pigna, nel senso che dopo un poco diventa ripetitivo (il nome dei protagonisti è lo stesso in tutti i racconti e crea confusione e pure le tematiche sono simili, alla fine). Tuttavia alcuni racconti, quelli in cui il "romanziere" prende in giro se stesso (la spugna ermafrodita, il cane ritirato in un tempio, il cervo alfa) sono davvero godibili.
Quattro stelle per la precisione naturalistica, ma sono stata di manica larga.
^_^


Ci si vede martedì12 dicembre. 

Libro del mese La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda. 

E si ripete, anche questo anno l'iniziativa Babbo Natale Libresco!

mercoledì 25 ottobre 2017

Una casa, cinque famiglie


Poche altre cose hanno un significato così profondo come la casa.
Le costruiamo, le abitiamo, ci lasciamo la nostra impronta, anche minima, se la permanenza in quel luogo è breve, ma credo che in qualche modo tutti noi cerchiamo di personalizzare, di creare un luogo sicuro e accogliente, dove abitiamo.
Ma le case le lasciamo, anche. Le cediamo, le vendiamo a sconosciuti o le ereditano i figli e nipoti, e alle tracce di noi si sommano tutte quelle di coloro che dopo di noi le hanno abitate.
A volte, la casa, diventa testimone non solo del tempo che passa, ma della storia stessa.
Attraverso le vicissitudini di una casa di vacanza sul lago di Potsdam (vicino a Berlino), e di chi la ha abitata, Thomas Harding cerca di raccontare la Storia con la esse maiuscola e contemporaneamente di salvare la dimora che fu della sua famiglia dalla rovina.
Il libro racconta la storia di Casa Alexander dalla sua costruzione, all'inizio del 1900, fino ai giorni
nostri. Si concentra principalmente sulle famiglie che l'hanno abitata, dalla ricca famiglia Alexander che la costruisce nel 1927 dopo aver affittato il terreno dai ricchi von Wollank, al compositore Will Meiser (figura interessante e controversa) che la possiede dal 1937 al 1952. Con il passaggio di Gross Glienicke sotto l'influenza sovietica la casa viene quindi abitata dalle famiglie Fuhrmann e Kuhne che la modificano profondamente. Poi con il disgregarsi della famiglia Kuhne e il crollo del blocco sovietico la casa viene lasciata andare in rovina.
E' così che la vede nel 2013 Thomas Harding, nipote degli Alexander che a inizio secolo la costruirono. Gli Alexander, ricchi ebrei, furono costretti ad abbandonare la casa dall'avvento del nazismo. Sono stati fortunati, sono sopravissuti, anche se hanno perso molto.
Harding cerca la casa spinto dai racconti della nonna, pieni di estati assolate e divertimento. E' per conservare quei ricordi che rifiuta testardamente di lasciare la casa al suo destino, e comincia a ricostruirne la storia nel tentativo, abbastanza illusorio, all'inizo, di far dichiarare la casa monumento nazionale.
Incredibilmente, nel 2014, ci riesce. La storia dell'Associazione Alexander Haus e.V., creata nel 2013 con lo scopo di salvare la casa e delle attività che anche oggi si svolgono a tutela della casa si trovano sul sito www.alexanderhaus.org. Chi vuole può anche contribuire donando fondi o unendosi all'annuale pulizia generale della casa!
Il libro è scritto con uno stile estremamente scarno. Più una cronaca dettagliata di fatti e avvenimenti che un racconto.
Anche quando deve descrivere il periodo terribile della guerra e del primo dopoguerra, con le violenze perpetrate dall'esercito russo, prevale la fredda narrazione e ben poco viene lasciato all'emotività. Tuttavia il racconto è dettagliato, e la ricerca notevole, tanto che le tante note sono spesso la parte più interessante.
Molto belle anche le numerose fotografie inserite nel testo.
Questa volta ci siamo incontrate a casa di Daniela, che ha scelto il libro. Eravamo in sei e diciamo che ci siamo più o meno divise nel giudizio. Annarita e Daniela lo hanno apprezzato, mentre Cristina e Monica - pur ritenendo notevole il lavoro di ricerca - lo hanno trovato piuttosto freddo.

Ho trovato queste recensioni:
Daniela 4 stelle
Bellissimo questo libro, che attraverso la storia di una casa di vacanze a pochi chilometri da Berlino e delle numerose famiglie che l'hanno abitata, ci racconta la storia della Germania dalla fine Ottocento ai giorni nostri, passando per la Prima guerra mondiale, Hitler, la Seconda guerra mondiale, la DDR, la Stasi, fino ai nostri giorni (2015), con un linguaggio asciutto, da reportage, privo di facili sentimentalismi e di cadute di stile. Harding che ne è erede (dal bisnonno ebreo), alla fine di tutto il complicato passaggio di mano in mano, la trasforma in una casa storica ed è ancora lì...   

Cristina 3 stelle
Asciutto resoconto delle vicissitudini degli abitanti di una casa di vacanze nel villaggio di Groß Glienicke, nei dintorni di Berlino.
Da casa per le vacanze di ricchi ebrei di Berlino fino a negletta sede di festini a base di birra e altro, la storia della casa attraversa gli anni tra la fine dell'ottocento ad oggi, testimone di profonde trasformazioni ma protagonista di nulla, in realtà: in questa villetta per le vacanze non accade nulla di eclatante, scorre solo il tempo. Di fatto solo la passione di Harding per le storie raccontategli dalla nonna la salvano da un oblio probabilmente giustificato, e la nonna lo ha pure fregato ^_^.
Notevole il lavoro di ricerca, meno quello narrativo.
Se si desidera uno sciorinare di fatti senza vera emozione qui si ha tutto ciò che si vuole, tuttavia le note e le immagini sono davvero interessanti. Molto più che la narrazione principale.
Per me la parte più interessante è la vita post II guerra mondiale, nella Repubblica Democratica Tedesca.


Monica gli ha dato 2 stelle, ma non sono riuscita a trovare la recensione.

Prossima serata martedì 7 novembre 2017.

Libro del mese, scelto da Stefania, Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa.



giovedì 21 settembre 2017

La casa della moschea.

Così fa la vita
gioca con te
a volte ti ama
a volte ti umilia

Lo sa bene anche l'autore, Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, scrittore iraniano naturalizzato olandese.

Le vicende narrate in La casa nella moschea (come in molti altri suoi libri) sono in parte autobiografiche. Scrive i suoi libri in olandese, lingua del paese che lo ha accolto e dove vive.
Si sente, nei suoi scritti, il dolore dell'esilio, della perdita non solo della propria Patria, ma dei valori culturali che questa rappresenta. Dolore che prova anche il protagonista del libro, Aga Jan, cui non tocca il destino dell'esule ma che ugualmente vede cambiare tragicamente il volto del Paese in cui vive.

Nel racconto, in cui convivono aspetti storici e favolistici, seguiamo la storia della moschea di un piccolo ma importante commercialmente paese persiano. Fulcro della vita religiosa la moschea è anche teatro della vita sociale e politica della cittadina. Interessante la descrizione della vita della cittadina, delle conseguenze che ha la scelta di questo o quell'Imam, che da figura di riferimento culturale passa presto a essere determinante principalmente per la vita politica della comunità.

Sullo sfondo, la Storia dell'Iran moderno, che ci viene descritto dall'interno, con un'ottica che giornali e televisione occidentali non hanno fornito e quindi molto interessante.


Purtroppo il libro ci è piaciuto, quindi dal punto di vista della discussione non c'è molto da dire. Ci sono piaciuti i protagonisti, ben descritti e sfacettati,  e la descrizione, a metà tra la storia e la favola, delle vicende narrate. Su tutti, forse, abbiamo amato le nonne, il loro amore condiviso per lo stesso uomo, il loro desiderio - esaudito - di andare alla Mecca. Interessanti anche gli aspetti più intimi della vita di una società islamica di cui, di fatto, sappiamo abbastanza poco, e quel poco lo filtriamo attraverso le maglie della nostra cultura e dei nostri preconcetti.

Come sempre abbiamo trascorso una bella serata, parlando di libri, delle nostre vacanze, di quello che abbiamo letto e di quello che vorremmo fare.

Un pochino triste, forse, che a luglio quando ci siamo incontrati l'ultima volta era piena estate e questa serata, complice un clima impervio, già si sentiva l'autunno.

Ho trovato solo qualche recensione:
Monica, 4 stelle
Un libro che ti "rapisce" pagina dopo pagina. Un libro da leggere. E alla fine, ancora la medesima considerazione: la storia si ripete e chissà perché, noi miseri umani, non impariamo nulla di buono dagli errori, ma perseveriamo.
Cristina, 4 stelle
Bello. Più riuscito, forse, di Scrittura cuneiforme, per trama e personaggi, tuttavia meno intenso e sentito, quasi che con l'aumentare della padronanza della lingua del paese ospite l'autore perdesse un poco della propria identità.
Del resto si invecchia e si cambia, forse anche il dolore dell'esilio dopo un po'si acquieta, e diventa se non tollerabile almeno gestibile.
Libro pieno di belle figure, permeato della magia di una Persia immaginifica che non riesco a definire Iran, anche se ne condivide spazi storici e geografici. Su tutti spicca il protagonista Aga Jan, abile commerciante, dalla fede sincera e incrollabile, guidato da una umanità che fatica ad adattarsi al mondo che cambia e alla perdita dei valori in cui è cresciuto, ma anche i personaggi minori hanno il loro spazio.
Sullo sfondo la storia dell'Iran moderno, da monarchia a regime religioso totalitario. Molto belle le descrizioni dei protagonisti della storia che vengono descritti non tanto dagli eventi ma dalle piccole cose.
Consigliato. 


Prossima serata fissata per martedì 10 ottobre, stesso posto stessa ora.

Libro del mese: La casa sul lago di Thomas Harding, scelto da Daniela.





sabato 22 luglio 2017

Di chi sono i figli?


Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

Abruzzo, 1975. La protagonista del libro si ritrova sulla porta di una casa, una valigia in una mano, un mucchio di scarpe nell'altra. Ad aprirle la porta la sorella minore, Adriana, che non ha mai visto. Altrettanto sconosciuta le è la famiglia (e il mondo) oltre quella porta.

Allora la mamma tua qual è? - ha domandato scoraggiata.
Ne ho due. Una è tua madre.

Ha vissuto per tredici anni con un'altra famiglia, che l'ha allevata nel benessere e nell'amore. Eppure nello spazio di un attimo tutto cambia, e arriva l'abbandono. Il secondo, doloroso e terribile, nella vita di questa ragazza che non ha nemmeno un nome. Per tutto il libro è solo l'Arminuta, la ritornata.

Di chi sono i figli? Di chi li fa? Di chi li cresce? Di chi li ama?
Khalil Gibran scrive che sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. Perchè i figli sono il futuro, arrivano attraverso i genitori, ma poi devono essere liberi di andare e fare la loro vita. Si dice che siano di chi li cresce e li ama, tuttavia molti adottati, pur amatissimi, parlano di un vuoto da riempire, di un dolore che non dà tregua, quello dell'abbandono della famiglia biologica. Eppure spesso la rinuncia a un figlio la si fa per dare a quel figlio un futuro migliore, quella vita che con te non potrebbe mai avere. Scrive Madre Teresa di Calcutta:

C’erano due donne che non si erano mai conosciute.
Una non la ricordi, l’altra la chiami mamma.
La prima ti ha dato la vita, la seconda ti ha insegnato a viverla.
La prima ti ha creato il bisogno d’amore, la seconda era lì per soddisfarlo.
Una ti ha dato la nazionalità, l’altra il nome.
Una il seme della crescita, l’altra uno scopo.
Una ti ha creato emozioni, l’altra ha calmato le tue paure.
Una ha visto il tuo primo sorriso, l’altra ha asciugato le tue lacrime.
Una ti ha lasciato, era tutto quello che poteva fare.
L’altra pregava per un bambino e il Signore l’ha condotta a te.
E ora mi chiedi la perenne domanda: eredità o ambiente,
da chi sono plasmato?
Da nessuno dei due.
Solo da due diversi amori.

L'adozione è o dovrebbe essere una scelta d'amore, eppure a volte è un'egoistico desiderio di avere qualcosa che la natura non ci concede. E cosa succede, in una famiglia, quando arriva un bambino? Spesso nelle famiglie adottanti succede che arrivi anche il tanto agognato figlio naturale. E allora la posizione dell'adottato a volte diventa difficile. Eppure come può, chiunque, abbandonare qualcuno che ha amato, cresciuto, protetto, senza almeno spiegare le motivazioni? E ritornare nella sua vita, in seguito, sperando che nulla sia cambiato? Divago, su un argomento che non ha, non può avere, facili risposte.

Alla serata eravamo in sette, sei le conoscete: Rita, Daniela, Marilaura, Cristina, Miffi e Monica. A noi si è unita Annarita che il libro lo aveva letto e che saputo della serata ha voluto parlarne con noi. Pare che non si sia spaventata troppo. Speriamo riescs a unirsi a noi ^_^.

Come purtroppo accade, dato che il libro ci è piaciuto, scrivere questo articolo risulta particolarmente difficoltoso. E' molto ma molto più divertente quando il libro è un così così.

Purtroppo per me, invece, il libro è decisamente bello, con una tematica importante e difficile, che ha toccato in qualche maniera ognuna di noi, chi perchè simile a quella di famiglia (la pratica dei figli affidati è ancora oggi attuale, come dimostrano anche recenti fatti di cronaca) chi perchè ha figli o ha perso la madre troppo presto.
E' un libro che è stato molto letto e molto amato. E caso abbastanza strano, lo consigliamo tutte, anche se con distinguo, come sempre.

Miffi
Scrittura scarna e feroce che fa dimenticare il dolore che provoca la storia.
Racconta servendosi di dettagli (brevi frasi pronunciate, angoli della casa, piccoli fatti quotidiani, ambienti, piccole abitudi, espressioni del volto  e tic dei personaggi) i  due diversi contesti sociali in cui si svolge: una famiglia disagiata, sovraffollata e disfunziale; una "specie " di altra famiglia, benestante, cattolica, istruita.
Di madri ce ne sono due ma di fatto nessuna. Splendidamente delineata la difficile corsa -dolorosissima- per trovare una identità in assenza di Madre. 
Identità destinata ad essere emotivamente instabile per sempre, a tratti invadente come una macchia d'olio nel futuro se pur, forse, di arrivata istruita donna adulta.
Pone interrogativi sull'assenza di cura così determinante in qualunque contesto e periodo storico. E sull'abbandono. Che viene descritto come una gigantesca menzogna: ai bambini le bugie forse piace dirle, come fossero una favola; ma non possono sopportare che gli vengano raccontate dagli adulti.
Pone interrogativi sul bisogno di essere madri biologiche  a tutti costi: persino quello di riconseganre ai legittimi proprietari, come una bambola con la quale si è giocato -forse anche sinceramente- per oltre dodici anni una bambina "presa" da un'altra famiglia.
E pure sul senso dell'adozione: quale tipo di amore si sviluppa per un figlio "scelto"  ma non partorito e per quello invece biologico? Interrogativo scomodo ma terribilmente attuale.
Non secondario l'elogio all'intelligenza: quella della sorellina Adriana,  selvatica e non coltivata da famiglia e istituzioni ma pur efficace nella soluzione dei problemi; capace di amore e comprensione, lucidae persino ironica;  e quella invece che ha potuto affinarsi grazie  all'istruzione e, forse, dall'esempio di una famiglia "normale" e benestante.
Ma è la forza il vero tratto trainante del testo.
Quella delle risorse personali che hai oppure no; che forse separano la vita emotiva da quella detta razionale, quel talento speciale che sanno fare emergere certe persone cui la sorte da davvero poco in cambio. Se non se stesse.


Stefania, 4 stelle
Una ragazzina, allevata da una zia che crede sua madre, viene improvvisamente restituita alla poverissima famiglia di origine. Il libro parla del trauma e della ricerca di sé stessa della protagonista, ricerca mai finita e trauma mai risolto. Ad aiutarla la sorella, una ragazzina selvatica ma dolcissima e a tratti geniale.

Daniela, 3 stelle
Bello si, ma non certo un capolavoro...
Scorrevole, niente di più di ciò che serve, nessun fronzolo, nessuna aggiunta inutile, tocca profondi sentimenti, realmente vero come usava un tempo (e come ancora usa in mezzo mondo) di lasciare uno o più figli a parenti che possano allevarli.
Però non direi un capolavoro, come è stato censito. Buono certo, una lettura scorrevole e coinvolgente, ma insomma, niente di così strabiliante o nuovo. Da leggere comunque.


Cristina, 3 stelle
La storia mi è piaciuta molto, il libro non tanto
Una storia commovente e durissima, in un libro che non mi ha convinta del tutto. Lettura coinvolgente, e in alcuni tratti davvero bella, ma secondo me non un capolavoro e con troppe cose non approfondite e lasciate in sospeso. A quasi tutti i personaggi non viene dato lo spessore e il pregresso che avrebbero dato quel di più che qui secondo me manca.
I personaggi che più mi sono piaciuti sono la sorellina Adriana, saggia e intelligente, molto più preparata ad affrontare la vita della protagonista, e la madre naturale, la cui storia avrei voluto più completa. Così di questa donna abbiamo solo la durezza, e nulla di quello che l'ha fatta diventare così: solo sprazzi e episodi, alcuni molto belli come quello in cui racconta del primo incontro con la figlia ormai cresciuta, purtroppo non approfondito, e il dolore per la morte del figlio maggiore, che risulta in parte incomprensibile vista l'indifferenza con cui tratta i figli nel resto del racconto.
La storia, di fatto, si avvita attorno al dolore della protagonista, comprensibile e totalizzante, e a come gli eventi si ripercuotono su di lei. Da un lato ciò permette una lettura estremamente empatica, ma dall'altro la priva di una visione imparziale che io personalmente avrei preferito.
Rimane una protagonista la cui identità viene così disgregata che non ha nemmeno un nome, resta sempre e solo l'arminuta (la ritornata), quasi fosse un pacco che gli adulti si passano indifferenti, e un dolore che graffia a sangue, ben trasmesso dall'autrice, tanto che per un po' ho pensato fosse quasi autobiografico
.

Agosto non ci vedrà riuniti ufficialmente, quindi la prossima serata del club sarà a settembre. Martedì 12 per la precisione, con La casa della moschea di Kader Abdolah: